Incontro con la storia

Alla ricerca dei lati più nascosti del centro storico di Crotone, inaspettata tappa è stata la visita dell’Hotel Concordia, uno storico albergo di Crotone, importante per aver ospitato viaggiatori del livello di George Gissing, Douglas e Lenormant, i primi due viaggiatori, il terzo archeologo, i quali hanno raccontato le condizione di Crotone nell’800.

La titolare dell’Hotel Concordia, ha concesso gentilmente di visitare, la struttura ed, in particolare, la camera in cui rimase Gissing, durante la sua permanenza a Crotone, uno spazio che, se pur di modeste dimensioni, aveva una bellissima vista sul balcone verso piazza Duomo, da cui è possibile intravedere la facciata della Basilica Cattedrale.

Come allora, dà l’idea delle dimensioni, dell’accoglienza e soprattutto dell’essenzialità di un soggiorno in albergo, che non rispondeva a particolari esigenze, ma dotata del necessario per riposare, e scrivere o correggere i propri appunti.

Appunti che servirono a Gissing per scrivere quel capitolo contenuto “Sulle rive dello Ionio”, in cui racconta Crotone.

Un libro da cui prese ispirazione un’altro viaggiatore, Norman Douglas, per il suo “Vecchia Calabria”, uno dei migliori libri di viaggio sulla Calabria, in cui ripercorre l’itinerario, ed in particolare la tappa di Gissing a Crotone. Gissing, viaggiatore inglese, arrivò in Calabria e fece tappa a Crotone nel 1897, dove si ammalò per una grave forma di congestione polmonare, passò giorni tristissimi fra la vita e la morte; ma la sua fibra giovane e forte vinse la malaria e la polmonite ed entrò in convalescenza.

Ma cosa scrisse Gissing su Crotone?

Parlando del porto dice: “Un buon porto; l’unico in realtà fra Taranto e Reggio, ma dispiace ricordare che i poderosi blocchi di cui è costruita la barriera contro il mare vennero tutti dal tempio distrutto di Hera Lacinia.

Ci é stato tramandato che fino al Cinquecento l’edificio rimase pressoché intatto, con quarantotto colonne, erette là, sopra lo Jonio; una guida per i naviganti, come quando Enea lo aveva scorto dalla sua nave sbattuta dalla tempesta.

Poi fu assalito, abbattuto e saccheggiato da un Vescovo di Crotone, Armando Lucifero, per costruirsi il palazzo vescovile. 

Quasi trecento anni dopo, in seguito al terribile terremoto del 1783, Crotone rafforzò il suo porto con i grandi massi del basamento del tempio.

Questo fu un saccheggio più che legittimo. “Mi dicono che a Crotone piova pochissimo e solo un diluvio potrebbe inzuppare questo suolo di ferro. Tutti si lamentano per la mancanza d’acqua: vidi un pozzo gelosamente custodito.

L’acqua di Crotone a rigore non sarebbe potabile e chi può permetterselo compra l’acqua che viene da lontano in orci di terracotta.

Le risorse della città sono misere.”  

Appassionato ed affettuoso amante dell’antichità, si rammaricava di non essere potuto andare a Capocolonna a vedere i resti del tempio di Hera Lacinia. 

Vicinissima all’antico Santuario è una cappella, consacrata alla Madonna del Capo: la gente di Crotone vi fa dei pellegrinaggi e celebra sul Capo una rozza festa.

Tutta la superficie del promontorio é brulla: non un albero, non un cespuglio, eccetto una valletta boscosa chiamata “La fossa del Lupo.

Là, secondo la leggenda, gli armigeri di Crotone si appostavano per attaccare i corsari che a volte sbarcavano per rifornirsi d’acqua. 

Contrappose il presente al passato: questo paese assetato e malarico alla grande città che aveva nome di essere la più salubre del mondo.

A parer suo il cambiamento fisico era derivato da diboscamento che aveva portato con sé una diminuzione di piogge.

Un acquazzone ogni tanto, ma una bella pioggia mai. Egli non dubitava che in antico tutte le alture costiere fossero coperte da boschi, come lo è ancora la Sila, e che tutti i fiumi abbondassero di acqua.

Oggi si stentava a trovare una persona sana a Crotone, nessuno aveva la forza di resistere a una seria malattia.

Egli accettava questo stato di cose con grande filosofia; ancora una volta notai lo spirito francamente medioevale con cui considerava le classi inferiori.

Seguitando a parlare, mi interessò molto dilungandosi sulla differenza fra italiani del Sud e italiani del Nord.

Un calabrese non provava mai il desiderio di andare oltre Roma; si sentiva in un paese straniero, dove la sua parlata lo tradiva e dove le sue maniere erano troppo chiaramente diverse da quelle in uso. 

Il mio commiato non fu privo di cordialità. La padrona dell’albergo Concordia mi confidò che il primo giorno della mia malattia, lei aveva avuto la certezza che morissi.